15-03-2008
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Quali prospettive per nuove relazioni tra America Latina ed Europa dopo il vertice di Vienna 2006?

di Francesco MArtone

Giugno 2006

Una valutazione dell’esito finale del Vertice Eurolatinoamericano tenutosi a Vienna dal 10 al 12 maggio scorso non può essere disgiunta dai più recenti sviluppi avvenuti in Bolivia e dalla decisione di Hugo Chavez di abbandonare il patto Andino. ;L’elezione di Evo Morales e le prime iniziative prese circa la nazionalizzazione degli idrocarburi hanno indubbiamente introdotto un nuovo elemento dialettico con la UE e con il Brasile, la cui impresa brasiliana Petrobras di fatto detiene il 30 percento del bilancio di quello stato.

 

In Cile la vittoria di Michelle Bachelet rappresenta un’importante sterzata verso un fronte di sinistra riformista, che in molti vorrebbero contrapposta alla sinistra cosiddetta “populista” incarnata da Chavez e Morales. Se da una parte a Vienna l’Unione Europea vede sfumare le sue velleità di rilancio del negoziato per la costruzione di aree di libero scambio con il Patto Andino ed il Mercosur, dall’altra va detto che a Vienna il blocco latinoamericano ha mostrato di non essere compatto, forse addirittura in ritardo verso la costruzione di un blocco regionale politicamente ed economicamente coeso. Il colpo durissimo inferto al Patto Andino dall’uscita del Venezuela, (motivato dalla legittima preoccupazione circa l’iniquità delle condizioni poste dagli USA per la conclusione di vari Trattati di Libero Commercio, primo fra tutti quello con la Colombia ed il Perù) fa il pari con la grave crisi che attraversa il Mercosur. Una crisi scatenata da un contenzioso tra Argentina ed Uruguay, la cosiddetta “guerra de las papeleras”, scatenata dalla decisione del governo di Tabare Vazquez di costruire alcune cartiere, gestite dalle imprese europee Botnia ed ENCE e sostenute dalla Banca Mondiale, con possibile grave inquinamento dei corsi d’acqua che confinano con l’Argentina. Sullo sfondo va sottolineato il sostenuto attivismo di Hugo Chavez, rintuzzato da alcuni paesi latinoamericani, ad esempio il Perù che si avvicina ad una delicatissima scadenza elettorale. Insomma un’Europa in preda alla frustrazione, ed un’America Latina sull’orlo di una crisi di nervi? Che l’Unione Europea sperasse di poter aprire finalmente un nuovo fronte negoziale commerciale era indubbio, come anche chiara era la sua attesa di un segnale dal Brasile che potesse sbloccare il negoziato di Doha. Un segnale mai giunto, che potrebbe, in assenza di sviluppi di rilievo, contribuire ad infliggere il colpo di grazia ad un negoziato, quello nel WTO, che si avvia verso un possibile nuovo e forse definitivo, fallimento. Giocando su due tavoli l’Unione rimane a bocca asciutta. Nulla di fatto nel WTO quindi e nessuna prospettiva consistente di rilancio degli accordi con il Patto Andino ed il Mercosur. Sulla carta resta solo un impegno ad aprire il negoziato con i paesi centroamericani, proprio mentre il CAFTA (Accordo di libero scambio tra quei paesi e gli USA) prende il volo. Insomma all’indomani del vertice risulta ancora poco chiaro se la battuta d’arresto subita dall’Unione a Vienna sia da imputarsi principalmente alla forza negoziale e politica di un ipotetico blocco latinoamericano, o alla sfuggevolezza di quelli che Bruxelles considera importanti “interlocutori” politici. Un risultato a doppia valenza quindi. Una valutazione “dinamica” dell’esito di Vienna però autorizzerebbe ad interpretare lo stesso come una vittoria “per default” dell’America Latina, i cui effetti non tarderanno ad evidenziarsi. Un caso su tutti, la decisione dell’Ecuador, presa a pochi giorni da Vienna, di annullare i contratti petroliferi con la statunitense Oxy, con conseguente blocco, da parte di Washington, del negoziato per il Trattato di Libero Scambio. Un successo dei movimenti popolari ed indigeni del paese, inconcepibile senza le scelte di Morales ed Chavez di riprendere il controllo pubblico delle risorse naturali. Su questo delicato tema i paesi europei sono dovuti scendere a patti, accettando di includere nella dichiarazione finale un riferimento al diritto alla sovranità sulle risorse naturali. Lo stesso primo ministro spagnolo Zapatero a Vienna si è speso in dichiarazioni concilianti verso Evo Morales. Non dello stesso tenore i messaggi provenienti dalla stampa dell’ “establishment” - CNN in testa - che hanno tentato di concentrare i propri strali contro Morales e Chavez, accusati di aver pregiudicato il vertice con le loro decisioni di politica energetica. Stampa ufficiale ed alcuni governi europei si sono così imbarcati nel tentativo di rilanciare contro l’avversario, caratterizzando il vertice come un incontro sul petrolio, quando in realtà l’agenda ufficiale, quella sul commercio, era stata già archiviata prima dell’inizio dello stesso. La retorica europea di un modello neoliberale e liberoscambista “light”, edulcorato con riferimenti a democrazia, diritti umani e sviluppo sostenibile, si è poi infranta contro l’attivismo dei movimenti sociali europei e latinoamericani riuniti a Vienna sotto l’ombrello “Enlazando Alternativas 2”.

Nella loro dichiarazione finale, hanno ribadito la loro opposizione e resistenza alle politiche neoliberiste di libero commercio, respingendo il progetto di costruzione di un’area bicontinentale di libero commercio tra UE ed America Latina entro il 2010. Forte enfasi viene posta alla crisi del sistema pubblico dei servizi che ha portato l’America Latina in una situazione di grave povertà ed esclusione sociale, e sulla necessità di rifondare le relazioni commerciali tra le due regioni sulla base di spazi di cooperazione che promuovano la sovranità dei paesi, il benessere dei popoli, ed il rispetto della diversità culturale e dell’ambiente. I movimenti sociali denunciano poi la convergenza degli interessi della maggior parte dei governi latinoamericani ed europei e delle imprese transnazionali, resa ancor più evidente dalla creazione di un forum delle imprese che a Vienna ha lavorato in stretto coordinamento con il vertice ufficiale. Insomma lo spazio di manovra politica aperto dalla crisi del negoziato ufficiale per le ragioni esposte in precedenza, viene prontamente colmato dalla capacità propositiva degli attori sociali che chiedono un sistema multilaterale economico che regoli i flussi di capitale e stimoli la complementarietà delle economie, che promuova regole chiare e giuste per l’intercambio commerciale e che lasci intatti i beni pubblici, un sistema che non è rappresentato dall’Organizzazione Mondiale del Commercio. Al Consenso di Washington i movimenti rilanciano l’iniziativa dell’ALBA o il TCP (Tratado de Commercio de los Pueblos) proposto dal governo boliviano in alternativa ai TLC, auspicando che il Mercosur possa trasformarsi in uno spazio di integrazione possibile e che possa finalmente costituirsi la Comunità Sudamericana delle Nazioni. A tal fine i movimenti si impegnano a sostenere un dialogo con i governi “vicini” senza perdere la propria autonomia ed identità, per contribuire ad un nuovo processo di integrazione che provenga dai popoli e non dal capitale. E’ quel capitale transnazionale, finanziario ed industriale, messo sotto accusa nel corso della sessione istruttoria del Tribunale Permanente dei Popoli tenutasi congiuntamente ad Enlazando Alternativas 2. Obiettivo del Tribunale era quello di acquisire gli elementi necessari per convocare una sessione ufficiale sulle violazioni dei diritti umani, economici, culturali e sociali commesse dalle imprese multinazionali con sede in Europa. La storia dell'America Latina è fatta di cicli, che accoppiano colonizzazione e sfruttamento di risorse naturali e di esseri umani. Su tutti oggi svettano il ciclo della soya e quello della carta, che rischiano di generare un processo di progressiva distruzione degli equilibri ecologici, nonché di marginalizzazione culturale e sociale delle comunità locali. Un processo che rimescola le carte e i delicati equilibri che gravitano intorno ai conflitti sulla terra in Brasile, e che rende ogni ipotesi di riforma agraria impossibile. Come ha spiegato Joao Pedro Stedile leader dei Sem Terra, i giganti della cellulosa comprano la terra, il prezzo di mercato triplica e l'agenzia dedicata alla riforma agraria, l'INCRA non può comprarla per redistribuirla. Terra e comunità cadono così sotto il rullo compressore delle transnazionali europee, da quelle petrolifere (YPF Repsol in Bolivia, Ecuador) a quelle dell'acqua (Suez a Manaus, El Alto, Santa Fe, Saltillo), dell'energia (quali Union Fenosa in Messico o Colombia) o a quelle del tabacco (BritishTobacco) o delle miniere (Monterrico Metals, inglese in Perù) o dell'agribusiness (Monsanto, Cargill, Bunge) o della pesca (Calvo in El Salvador) . Obiettivo del Tribunale era quello di acquisire gli elementi necessari per convocare una sessione ufficiale sulle violazioni dei diritti umani, economici, culturali e sociali commesse dalle imprese multinazionali con sede in Europa. Un esercizio che servirà senz'altro a contribuire a rendere giustizia alle comunità, ma anche per fare chiarezza sui veri obiettivi delle politiche commerciali dell'Unione Europea verso l'America Latina. Sotto la ricorrente retorica sui diritti umani, lo sviluppo sostenibile, il buon governo e la democrazia, si nasconde infatti un progetto ben differente d'apertura dei mercati ad esclusivo vantaggio delle imprese transnazionali. Nella dichiarazione finale, il Tribunale riconosce l'esistenza di gravi violazioni di diritti umani quali il diritto all'accesso ai servizi essenziali (acqua, energia), alla terra, alla sovranità alimentare, ai diritti del lavoro e dei lavoratori, ai diritti dei popoli indigeni, dell'ambiente ed ai diritti civili e politici. Le responsabilità sono plurime: da quelle dei governi dell'Unione Europea a quelle dei governi locali, dalle ricette della Banca mondiale e dell'FMI a quelle contenute negli accordi bilaterali. Mettendo insieme tutti i pezzi di storie conosciute o meno, prende forma un progetto dai contorni ben definiti e dalle conseguenze devastanti. Un duro attacco ai diritti economici e sociali di un intero continente, al nucleo stesso della sovranità degli Stati che giustifica pienamente l’apertura di una sessione ufficiale del Tribunale che verrà costruita insieme ai movimenti sociali e le comunità locali in resistenza. Un processo che va ben al di là del mero esercizio accademico, ma che vuole contribuire a meglio definire i contorni di un modello alternativo di sviluppo fondato sul rispetto dei diritti umani, economici e sociali, e su politiche che possano assicurare un recupero del controllo politico sulle agende essenzialmente economico-finanziarie delle multinazionali.

 



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