I DOCUMENTI

Intrecciare Alternative
di Anna Camposanpiero (Sdl Milano)
A partire dalla fine degli anni 80, con il cosiddetto Washington Consensus (così definito poiché le basi e le direttive di sviluppo dello stesso sono state poste dal Fondo Monetario Internazionale, dalla Banca Mondiale e dal Tesoro degli Stati Uniti), il Fondo Monetario internazionale (FMI), la Banca Mondiale (BM) e a seguire l’Organizzazione Mondiale per il Commercio (OMC), sono stati la testa di ponte delle politiche neoliberiste nel mondo: liberalizzazione del commercio internazionale e dei mercati dei capitali, gli scopi primari.
FMI e BM, nati per dare sostegno allo sviluppo, hanno imposto ovunque “aggiustamenti strutturali” delle economie: liberalizzazioni, privatizzazioni e tagli alla spesa pubblica in cambio di prestiti il cui servizio (gli interessi e spese varie addebitate ai paesi debitori) ha spinto nella spirale dell’indebitamento la maggior parte di quelli che, quasi ironicamente, vengono definiti paesi in via di sviluppo. La definizione si deve al presidente americano Roosvelt, che alla fine della seconda guerra mondiale definiva il modello economico basato sul concetto di sviluppo e sulla crescita del PIL come modello che tutti avrebbero dovuto seguire. I risultati della imposizione di queste politiche sono stati disastrosi nella maggior parte dei paesi in cui sono state applicate ed intere aree geografiche hanno avviato, soprattutto in America Latina, una serie di esperienze alternative, spinte da movimenti sociali molto forti e radicati, che si propongono di sconfiggere le politiche neoliberiste. Questa lotta dei movimenti sociali ha addirittura portato, sia pure in forme diverse e non sempre rispondenti alle aspettative di cambiamento, ad un assetto geopolitico molto meno favorevole alle politiche neoliberiste di quanto non fosse solo dieci anni fa. Ma questa crisi non ferma l’avanzare delle politiche neoliberiste come una soluzione (l’unica proposta) per la crescita. Con la crisi evidente delle istituzioni sovranazionali che avevano guidato le politiche neoliberiste fino ad oggi (gli ultimi round dell’Organizzazione Mondiale del Commercio non hanno visto il raggiungersi di accordi rilevanti, la credibilità e la legittimità di Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale è in caduta libera e un numero crescente di paesi sceglie di non ricorrere più ai loro “aiuti”), le politiche neoliberiste cambiano pelle. I Trattati di libero commercio bilaterali o multiregionali si sono sostituiti all’applicazione di politiche globali, con la diretta complicità dei singoli governi, o dell’Unione Europea per quello che ci riguarda. Sono quindi oggi i governi la nuova testa di ponte? Non esattamente. Verrebbe quasi più spontaneo parlare di una sorta di “dittatura neoliberista” che di fatto impedisce l’autosviluppo realmente democratico in molti paesi del mondo. Lo sviluppo delle nuove tecnologie ha dato un formidabile incremento ad una mobilità e flessibilità geografica mai vista in precedenza: tutto ciò rende possibile la de-localizzazione delle strutture economiche, una de-territorializzazione e una divisione internazionale del lavoro più sviluppata e articolata.
Si possono parcellizzare i processi produttivi e frammentare la localizzazione in diversi paesi: nel passato la divisione mondiale del lavoro era limitata allo scambio di prodotti tra regioni, oggi è possibile produrre attraversando le frontiere dei continenti e degli stati. Il “commercio” gioca un ruolo ben più importante di un tempo, perché rende possibili le trasformazioni produttive legate alle delocalizzazioni, sia perché all’interno delle negoziazioni che lo regolamentano passa di tutto (si pensi ai servizi pubblici). Le grandi imprese segmentano il processo produttivo in più fasi, mantenendo un controllo diretto sulla progettazione, sul marketing e de-localizzano e subappaltano le fasi esecutive del processo in altre zone del mondo: la convenienza di tale divisione viene valutata anche rispetto alla scarsa o inesistente tutela giuridica dei lavoratori e dell’ambiente. Si arriva così ad una concorrenza al ribasso. Ancora una volta il processo neoliberista ridimensiona il potere degli stati nazionali, offrendo la possibilità di poter scegliere liberamente il luogo di produzione, quello di investimento, la sede fiscale e di residenza… Si è creata un’immensa e disseminata, quanto invisibile ai più, fabbrica del lavoro sfruttato dispersa in più continenti che ha razionalizzato il processo produttivo e reso più deboli anche i lavoratori nei paesi più industrializzati. I capitali “vagano” per il mondo alla ricerca di quelle condizioni che rendono possibile un maggior incremento del profitto. Tra queste condizioni vi è anche il basso costo del lavoro. E chi controlla il capitale? Citando Jean Ziegler nel suo “L’impero della vergogna”, potremmo definirli “cosmocrati”. I grandi gruppi transnazionali sono in una posizione tale da poter mettere gli stati nazionali gli uni contro gli altri (o al proprio servizio) Il ruolo delle multinazionali nei processi di decisione politica in varie parti del mondo è, in alcuni casi, storicamente provato, e altrettanto storicamente sottovalutato, e non è certo una novità. Ricordiamo il ruolo della ITT (multinazionale statunitense delle telecomunicazioni) nel colpo di stato in Cile del 1973, riconosciuto grazie anche ai documenti de- secretati di recente, o al ruolo della Ford nel sostegno della dittatura argentina, o alle responsabilità delle multinazionali nella creazione del fenomeno del paramilitarismo in Colombia. Solo per citarne alcune. Oggi, le multinazionali utilizzano il loro “potere” per spingere i governi a stipulare Trattati di libero commercio, in una nuova (si fa per dire) forma di corporativismo. Così abbiamo assistito alle trattative dell’Unione Europea per la stipula dei cosiddetti EPAs (Economic Partnership Agreements) con i paesi africani, dove nascondendosi sempre dietro l’aiuto allo sviluppo, l’Europa si apprestava a banchettare con il mercato africano (va ricordato che sinora i governi africani hanno saputo respingere questi assalti) E assistiamo oggi alle trattative Unione Europea America Latina e Caribe: nel maggio 2008 ci sarà il quinto incontro tra capi di stato europei e capi di stato latino americani per stipulare nuovi trattati di libero commercio. L’Unione Europea diventa la nuova testa di ponte per le sue multinazionali per il mercato latino americano (a volte auspicati anche dalle controparti, sia chiaro, come i trattati sui bio combustibili che sta cercando di concludere Lula).
I nuovi accordi commerciali e di protezione degli investimenti che l’Unione Europea sta negoziando sono travestiti da Accordi di Associazione Economica e di Cooperazione con la Comunità della Nazioni Andine (CAN), con il Centro America e con il Caribe. Inoltre, l’Unione Europea vuole riaprire i negoziati con il Mercosur, cercando così di estendere ulteriormente il dominio delle multinazionali europee. Sappiamo che l’America Latina sta vivendo oggi un momento particolare. Ricorda gli anni 70, quando i paesi della regione stavano vivendo un momento di crescita economica e di sviluppo democratico incredibile, soffocati nel sangue e con l’applicazione quasi integrale delle politiche neoliberiste dei Chicago Boys, il prezzo delle quali stanno ancora pagando in termini di disuguaglianza economica… Quindi quale momento migliore per tentare di riportare i paesi che stanno rialzando la testa nelle condizioni di sudditanza? E visto che i metodi degli anni 70 risultano un pochino più di difficile applicazione (almeno apertamente), se ne trovano di nuovi. È da questa analisi e in questo contesto che è nata la rete Enlazando Alternativas. La creazione della rete è il risultato di una crescente presa di coscienza che le politiche neoliberiste dell’Unione Europea e la sua politica “commerciale” è dominata dagli interessi delle multinazionali, con l’obiettivo di assicurarsi il controllo dei mercati latino americani e del Caribe. Così la nascita della rete riflette la necessità di sostenere la resistenza della società civile latino americana e europea di fronte al “progetto europeo”, ben definito nel documento dell’Unione Europea “Global Europe Competiting in the World Europa globale, in competizione nel mondo”, in cui confluiscono l’aggressiva agenda commerciale verso l’esterno e l’offensiva sui modelli sociali nei mercati interni . Enlazando Alternativas si è costituita formalmente a Guadalajara, durante il primo incontro “Enlazando Alternativas” organizzato in occasione del terzo vertice dei capi di stato e di governo di Unione Europea, America Latina e Caribe. Oggi, in occasione del quinto vertice dei capi di stato europei e latinoamericani previsto per maggio 2008 a Lima, Perù, ci sarà il terzo controvertice “Incontro dei popoli: Enlazando Alternativas”, che continuerà a lavorare di concerto con il Tribunale Permanente dei Popoli, per la messa sotto accusa delle multinazionali europee in America Latina e Caribe per le violenze e le violazioni dei diritti umani e civili di cui sono responsabili. Questo tentativo di denunciare le multinazionali non è nuovo: per citare un esempio nel 2003 la commissione per la verità in Sudafrica aveva tentato (fallendo) di imporre alle multinazionali che avevano beneficiato (e sostenuto) il regime dell’Apartheid nel paese, di risarcire le vittime. Quello che è nuovo è il metodo. Nella precedente edizione, svoltasi a Vienna nel maggio 2006, la rete Enlazando Alternativas e il Tribunale permanente dei Popoli (TPP) hanno realizzato una sessione del tribunale su “Politiche neoliberiste e Transnazionali europee in America Latina e Caribe”, in cui sono state denunciate le violazioni ai diritti umani e ambientali perpetrate da più di 25 imprese transnazionali con base in Unione Europea e loro succursali (come Repsol YPF, Union Fenosa, Suez, Unilever, Shell, Benetton e banche europee come ABN-AMRO tra le altre) in tutta l’America Latina e il Caribe. Anche in questa edizione verranno presentati singoli casi, come punta dell’iceberg, e analizzati. Il lavoro di denuncia è enorme, sebbene giuridicamente di difficile valutazione e con esiti incerti: ci si propone infatti di definire e far accogliere, anche da parte dei tribunali internazionali, una serie di “crimini economici”.
I movimenti europei che fanno parte della rete hanno preparato i nuovi casi da presentare al Tribunale, che sarà inoltre caratterizzato da una fase pre-istruttoria volta a raccogliere le testimonianze di quanti vogliano presentare le prove di violazioni. In alcuni casi le multinazionali coinvolte sono le stesse che negli ultimi anni hanno cercato di rifarsi l’immagine anche a suon di spot pubblicitari (pensiamo alla Shell che si presentava come benefattore della tutela dell’ambiente mentre viene citata davanti al tribunale per le continue violazioni dei diritti umani e dell’ambiente in Brasile e Argentina). In altri casi sono “nuove”: il caso Telecom Italia-Bolivia è emblematico della risposta delle multinazionali alla fase di rinascita del continente latinoamericano: azioni legali con richieste di risarcimenti multimilionari per i danni economici subiti a causa delle nazionalizzazioni operate dai nuovi governi… Le associazioni, i sindacati, i movimenti sociali, i singoli individui che fanno parte della rete Enlazando Alternativas insieme al Tribunale Permanente dei Popoli hanno l’obiettivo di costruire un’agenda propositiva che raccolga le proposte alternative elaborate dai movimenti sociali. Questo lo scopo del contro vertice, oltre alla denuncia del comportamento delle multinazionali, del militarismo e della criminalizzazione dei movimenti sociali in entrambi i continenti. Può essere forse necessaria anche la ricerca di meccanismi istituzionali a livello globale e di cooperazione internazionale che rendano possibile realmente considerare la mondializzazione come un’opportunità per tutti. Ma ciò deve avvenire con il consenso e l’attiva partecipazione non solo degli Stati ma, soprattutto, dei popoli.
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